In un lembo remoto d'Italia, la costa jonica calabrese attorno a Locri, è esploso nel 2009 un fenomeno musicale e culturale straordinario. Mimmo Cavallaro con i TaranProject ha tenuto in sei mesi oltre settanta concerti, conoscendo un successo via via sempre più travolgente, fino a suscitare un'autentica passione collettiva.
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Aloari, spalasari...

C'è voluto il contributo competente e dotto dell'amico Giuseppe C per diradare le nebbie che avvolgevano i nomi in questo verso: aloari, spini e spalasari – che mai saranno? Era chiaro dal contesto che si trattasse di essenze vegetali, ma quali precisamente? E gli immediatamente successivi cafuni e timpi? Mistero fitto.
Quel genere di mistero, peraltro, che diffonde un aura di fascino enigmatico attorno alla canzone, quella che ha dato il titolo al cd, “Hjuri di hjumari”.
Anche se, come ho già ricordato, è successo esattamente il contrario:
prima è stato pensato il titolo del cd, e solo in seguito questo brano di Mimmo, che a giugno 2010 si intitolava “Sapuri di pajisi”, è stato ribattezzato in Hjuri di hjumari.
Comunque sia, è un pezzo che merita appieno la fascia di capitano della squadra!

Si tratta di una sinfonia in miniatura, articolata in movimenti ben distinti che si combinano in equilibrio ardito ed armonioso: un'introduzione descrittiva che spazia tra immagini bucoliche, nostalgie e soprassalti d'emozione; un ritornello declamatorio e solenne, che sposa il catalogo botanico con l'urgenza dell'amore; un iroso anatema finale, affidato a Giovanna, che si stempera nella melodia prima squillante e poi evocativa della pipita d'oro di Gabriele.
La qualità speciale di questo brano sta nella studiata ricchezza delle sonorità, originali e così sapientemente abbinate – menzione d'onore per la chitarra battente di Francesco Loccisano e la mandola di Mimmo Epifani - e nelle inventive preziosità dell'arrangiamento, che lo rendono scintillante ed elegantissimo, un prestigioso gioiello da vetrina.


Il video (di Marimiketta, a Santa Caterina del Jonio l'estate scorsa) è girato nel classico stile di “ripresa danzante” che caratterizza molti dei nostri provetti registi, combattuti tra l'impegno a filmare e l'impulso irrefrenabile a ballare.

Della Madonna di lu Ritu abbiamo detto, e dunque passiamo al testo.
Ah, già... gli aloari e compagnia bella?
Leggete nei commenti la traduzione, con tutte le spiegazioni.

Hjuri di hjumari

Senti profumu di janestra
Quandu lapri ssa finestra,
Trasi lu suli ‘nta li casi,
Senti profumu di pajisi.

Terra chi tremi e fai fujiri,
Terra chi sempri dai suspiri,
Terra d’amuri mari e suli,
Terra di praja e di caluri.

Aloari, spini e spalasari,
Cafuni e timpi, hjiuri di hjiumari.
Vuci chi chjiama: “Venitindi amuri!
Ca sugnu sula chi zappu ‘nta si chjiani.”

Scrusci l’agghjiru ‘nta la frasca,
Mangia li mura di ruvetta.
Luci la luna e staci cittu,
Senti ‘na botta di scupetta.

Lucinu l’occhji ‘nta lu scuru,
Botta di lampu ‘nta lu cielu.
Scorci lu porcu ‘nta la zimba,
Mangi ricotta e ‘mbivi seru.

“E arzira fici liti
cu nu vecchjiu panararu.
Mi volìa na lira e menza
di ‘na cofana e nu panaru,
E non era fattu bonu,
era tuttu sculacchjiatu.
O Madonna di lu Ritu,
fa mu veni la hjiumara
Mu si leva lu cannitu,
nommu fannu chjiù panara.”

Aloari, spini e spalasari,
Cafuni e timpi, hjiuri di hjiumari.
Vuci chi chjiama: “Venitindi amuri!
Ca sugnu sula chi zappu ‘nta si chjiani.”

11 commenti:

  1. Fiori di fiumare

    Senti profumo di ginestra
    quando apri questa finestra,
    entra il sole nelle case,
    senti profumo di paese.

    Terra che tremi e fai fuggire,
    terra che sempre dai sospiri,
    terra d'amore, mare e sole,
    terra di spiaggia e di calore.

    Aloe, arbusti spinosi e sparzi,
    burroni e dirupi, fiori di fiumare.
    Voce che chiama: "Venite, amore,
    che sono sola che zappo in questo pianoro"

    Fruscia il ghiro nella frasca,
    mangia le more di rovo.
    Luccica la luna e sta' zitto,
    senti un colpo di schioppetto.

    Luccicano gli occhi nello scuro,
    botta di lampo nel cielo.
    Scuoi il maiale nel porcile,
    mangi ricotta e bevi siero.

    "E ieri sera feci lite
    con un vecchio panararo,
    mi chiedeva una lira e mezza
    di un vassoio e di un paniere,
    e non era ben fatto,
    era tutto sfondato.
    O Madonna del Rito,
    fai che venga la fiumara
    a portarsi via il canneto,
    e non si facciano più panieri!"

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  2. Riporto la esaurientissima spiegazione di Giuseppe Cricrì:

    "Gli Aloari sono le piante di Aloe - Aloe vera (Aloe Barbadensis Miller); è una pianta succulenta della famiglia delle Aloeacee, che predilige i climi caldi e secchi, come quelli mediterranei.
    Gli Spalasari sono le piante di Spalas, specie di ginestra spinosa (Calycotome spinosa); anche questo è un arbusto tipico della macchia mediterranea. A Palmi è particolarmente conosciuto poiché gli Spinati, devoti di San Rocco, utilizzano per tradizione questa pianta per confezionare le famose cappe o campane di spine, con le quali si ricoprono il corpo per seguire il Santo camminando a piedi nudi nella lunga processione del 16 agosto.

    Cafuni e timpi sono quasi sinonimi, i primi di precipizi e burroni, i secondi di dirupi, pendii scoscesi, rupi, rocce scoscese, ma anche burroni."

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  3. Mi complimento ancora col nostro fildiferro per il suo brillante,impeccabile, appassionatato commento della canzone.Desidero aggiungere una piccola chiosa riguardo ai versi che parlano del ghiro, e della sua caccia (di frodo) notturna alla quale si fa evidente riferimento, nel testo. Il piccolo roditore, simile agli scoiattoli, ha abitudini notturne, ( e carni squisite e delicate) anticamente veniva cacciato con trappole di legno o con spiedi e fumigature direttamente nelle tane ( cavità nel tronco degli alberi)esistono stampe antiche (come quella settecentesca del Minasi) che la descrivono. Con l'avvento della caccia con lo schioppo,l'animaletto veniva sorpreso nel buio con la luce di una torcia, il ghiro abbagliato si fermava sul ramo, i suoi piccoli occhi brillavano nel buio riflettendo la luce della torcia, era quello l'attimo giusto che il cacciatore doveva cogliere per mirare e colpire.
    Giuseppe Cricrì

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  4. Per chiudere l’argomento Peppinella e Cioparella.
    Dove non è possibile reperire testimonianze documentali su persone, fatti e vicende, si può fare ricorso, finchè si è in tempo, alla memoria storica. Passata questa, è l’oblio.
    Interrogata, nelle persone contemporanee a Lisa a Ciopa, la memoria storica ci ha restituito diverse informazioni.
    Lisa a Ciopa viveva a Roccella Jonica, nel rione Zirgone, abitando una stanzetta “terrana”, a piano terra.
    Era chiamata “Ciopa” perché ragazza avvenente e piacente (quindi anche a Roccella l’accezione del termine non differiva da quella del catanzarese).
    La donna era quella che noi, nei vari commenti sull’argomento stiamo indicando sempre come una “Bocca di rosa” e che, conseguentemente, ha generato diversi figli, una femmina e 5 o 6 maschi (di qualcuno dei quali si conosce il nome, di qualche altro la professione), figli avuti tutti da uomini diversi (anche di questi la memoria storica ci ha fornito le generalità).
    Col passare degli anni la donna ha vissuto un’esistenza sempre più debosciata, al punto che l’accezione del termine a Roccella ha assunto un significato diverso, prettamente locale, in base al quale volendo tacciare una persona come trascurata e trasandata, spesso si diceva: “Mi pari Lisa a Ciopa!”
    Questo è quanto!
    Di sicuro c’è che Roccella ha avuto “Peppineja” e “a Ciopa”, e che a noi, consapevoli di come e quanto l’arte ha la capacità di investire e rivestire con toni e aloni diversi fatti e persone, senza discriminazione alcuna, a noi niente impedisce di scostare i possibili veli frapposti e tramutare Peppineja d’a Marina e Lisa a Ciopa in due delicate “Bocca di rosa”, trasferendole nelle immortali Peppinella e Cioparella.
    Chiudo con una riflessione. Le canzoni di Mimmo e Cosimo, i testi, i commenti, gli aneddoti, lo stimolo illuminante che mi ha mosso ad inserire i miei commenti sull’argomento, tutto questo ha determinato qualcosa di straordinario, a mio avviso addirittura impensabile: chi si sarebbe mai sognato che Peppineja d’a marina e Lisa a Ciopa, due insignificanti figure, a suo tempo dislocate nei gradini più bassi della scala sociale, due anime che, a più di mezzo secolo dalla morte, nessuno ha più motivo per richiamarle alla memoria, chi avrebbe immaginato che grazie a tutto questo Peppineja d’a marina e Lisa a Ciopa sarebbero state tolte dall’oblio, cui erano destinate, per rivivere per sempre? O, almeno, finchè Web ci sarà! Potenza della musica e dell’arte!

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  5. Grazie, caro Anonimo, della tua straordinaria testimonianza!
    E sottoscrivo in toto la tua riflessione finale: stiamo, nel nostro piccolo, riportando in luce i personaggi di una microstoria locale, invisibili alle cronache ufficiali, eppure protagonisti di un'epopea che, attraverso la trasfigurazione artistica, diviene autentica cultura popolare.

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  6. ciao, io ho dubbi sulla resa di "cafuni" con pendii, burroni. I "cafuni", come ce li indica anche Silone in Fontamara, sono i contadini. Non con quell'accezione negativa che il termine ha oggi, però. Non potrebbe essere quindi che Cafuni qui stia per "contadini"?
    Secondo dubbio: i Cofana. Da me non sono i vassoi, a cofina è quella grossa gerla che si pone ai lati del basto dell'asino. Ho una foto di mio nonno sull'asino, con due "cofana" ai lati, intrecciate con piccole canne o giunchi. E se non erro, è anche un'approssimativa unità di misura usata nel mondo contadino.
    E, rispondendo alle asserzioni di "anonimo" (ma un nome, giusto per dialogare, proprio non lo vuoi mettere?) direi che un'altra delle grandi doti di Mimmo è quella d'aver musicato non solo testi della tradizione orale, ma testi di poeti che hanno lasciato traccia di sè con libri stampati. Uno splendido esempio su tutti: "Lu cantu di lu marinaru". E chissà quali altre sorprese ci aspettano! Splendido Mimmo, che porta avanti la cultura calabrese!!!ciao a tutti!

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  7. DA LIVITU… AL PETRACI, PER GIUNGERE A… LORETO?
    “Madonna di lu ritu”. Viene da pensare ad una Madonna protettrice, patrona, del rito, di un rito. Ma di quale rito si tratta? Non riesco a trovare una risposta! Mentre da sempre ho avuto la convinzione che con l’espressione “Madonna di lu ritu” si debba intendere la forma dialettale di “Madonna di Loreto”, per cui, unendo le due parole, si ha “Madonna di Luritu”
    Il termine “sipala”, poi, indica semplicemente una siepe, generalmente spontanea, di rovi, di cespugli intricati, talvolta di canne, che stanno e si possono vedere lungo i confini interpoderali. Il muretto indicato da Giupi si riferisce piuttosto all’”armacera”, cioè al muro a secco.

    PUNGERE O… PINGERE?
    Giuseppina ha visto giusto. In “Pe' ttia”, dove recita “quandu la gugghja a manu vui pigghjati l'arcedu ch'è pe' l'aria vui pingiti”, va tradotto: “Quando prendete l’ago (per ricamare) l’uccello che sta (volando) per l’aria voi dipingete (ricamate talmente bene sulla tela da sembrare un dipinto). Pingiti (dal latino “pingere”) forma quasi arcaica molto in uso nella tradizione di Roccella e, credo, anche in quella del comprensorio.

    ALOARI,
    Gli “aloari” sono le diffusissime piante di agave, dai caratteristici fusti alti con in cima le brevi diramazioni dell’infiorescenza, ed il cui uso nel microcosmo contadino meriterebbe una trattazione a parte.

    CAFUNI E TIMPI
    Cafuni e timpi non sono propriamente dei sinonimi, anzi potremmo clessificarli contrari: i timpi sono pendii, dirupi scoscesi, in basso ai quali si trovano i cafuni, i precipizi, i burroni. Gli uni formani gli altri, senza gli uni non ci sarebbero gli altri.
    Il termine “cafuni” riferito da Giuseppina è un aggesttivo sostantivato, tuttora in uso, che sta ad indicare una persona zotica e sgarbata, che in un’altra accezione, spogliata da significati propriamente offensivi, viene esteso alla figura del contadino, così come si riscontra in “Fontamara”. Nel nostro caso il termine cafuni indica quindi una conformazione del terreno, in base al quale. capitava spesso che qualche asino, in paricolari condizioni impervie, si sia ‘ncafunatu, cioè sia precipitato giù, nel burrone.

    COFANA
    Giusta invece la definizione di “Cofana”, che a tutt’oggi sta ad indicare la capiente cesta cilindrica, alta ca 70/80 cm e del diametro di ca 50 cm, fatta con vimini e canne (con la stessa tecnica di confezioinamento dei panieri), utilizzata in coppia per il trasporto sul basto dell’asino.

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  8. ALOARI E SPALASARI
    (divagazioni linguistiche e musicali)
    A proposito dell’agave, avevo accennato al fatto che la pianta meriterebbe un’argomentazione a sè, ma qualche precisazione intendo farla adesso. Premetto che ogni riferimento linguistico è riferito al dialetto roccellese, ma può essere esteso in buona misura ad un’area culturale molto più estesa.
    Innanzitutto perché ALOARI e SPALASARI”?
    La desinenza –ARU/-ARA, rispettivamente maschile e femminile, è il corrispondente italiano di –TORE/-TRICE e sta ad indicare colui o colei che fa, ad es. SEGGI-ARU, colui che fa sedie, oppure MAG-ARA, colei che fa magie. La regola dialettale viene estesa anche alle piante ma, contrariamente alla forma grammaticale italiana, e con le dovute eccezioni, la pianta è al femminile e il frutto al maschile. Es.: ARANG-ARA (pianta che fa arance, al femminile), ARANGU (frutto al maschile) oppure PIR-ARA (pianta che fa pere, al femminile), PIRU (frutto al maschile). La regola si applica pure alle piante con la sola infiorescenza, senza frutto, ad es: BRUVER-ARA (erica) quindi ALO-ARA (agave) e SPALAS-ARA (ginestrone, variante della comune ginestra, ma più grande, cespugliosa e spinosa).
    Soffermandoci sull’aloara, nel nostro territorio la pianta è diffusissima ed è individuabile per l’alto fusto, il quale altro non è se non il gambo del fiore, che si sviluppa all’apice, attraverso caratteristiche e brevi diramazioni. Il fusto, che può raggiungere l’altezza anche di 3 o 4 m, ha una struttura fibrosa ma poco compatta per cui, una volta tagliato ed essiccato, diviene resistente ma leggerissimo. Nel mondo rurale “i spichi d’aloi”, i gambi dell’agave, venivano utilizzati dai contadini come pali o per altri usi cui essi si potevano prestare. Così una variante del testo di Zza Marianna recita:

    “Cu’ ti lu dissi ca màmmita è vecchja
    e supa a lu lettu non poti ‘nchjanari?
    Nci facimu na scala d’aloi
    mu nchjana e mu scindi ch’i commiti soi”.

    Sempre nel microcosmo contadino, veniva sfruttata la struttura fibrosa delle lunghe foglie dell’agave dalle quali, sottoponendole a battitura e ad essiccamento, si ricavavano lunghi e resistenti fili, che venivano poi adoperati per il cucito. Se i fili venivano intrecciati, si potevano ottenere spaghi, cordine e cordicelle, utili per tutti gli usi.
    E c’è dell’altro, infatti se i filamenti ricavati dalle foglie dell’agave, venivano poi sottoposti anche alla cardatura e a prticolare intrecciatura, si ricavavano delle cordine sottili e resistentissime che i contadini, suonatori di lira, utilizzavano per il loro strumento. E non solo, perché un fascio di qualche decina di fili, legati in tensione ai due estremi di un rametto di olivastro, andava a costituire, infine, l’archetto della lira. Tutto questo grazie all’agave!

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  9. "Tout se tient", dicono i francesi. Estremamente interessanti, caro Anonimo Roccellese, queste tue ultime informazioni sulla fabbricazione della lira: dall'agave ci riportano alla musica, sempre muovendoci entro le specificità, paesaggistiche e manifatturiere, di un territorio che si connota per la sua originale cultura.

    Dunque aloari e spalasari, alla fine, sono semplicemente agavi e ginestre: niente di aulico e sussiegoso, e il testo ne guadagna in immediatezza ed espressività.

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  10. Per Giuseppina, cafuni è inteso proprio come burrone, da qui il verbo ncafunarsi, m'incafunai nti na timpa.....

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  11. l'aloari a fini ru cunti sunnu i zambaruni?

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